venerdì 3 marzo 2017

Italia: mestieri da femmina - Chiara Stefani

Nonostante sia passato già un secolo dalle prime conquiste del femminismo, in Italia sembriamo ancora in pieno ottocento. Nel modello imperante catto-borghese, la donna è indotta a sentirsi realizzata solo nel matrimonio, lavora solo perchè costretta per motivi economici, e se potesse farebbe la madre di famiglia e la casalinga a tempo pieno, dedicandosi nel poco tempo libero all’estetica, al fitness e allo shopping.
Come nel film ‘Mona Lisa Smile’, dove le eccellenze femminili statunitensi anni ’50 si laureano solo per far fare bella figura al futuro marito a cui sono predestinate, e studiano solo per non metterlo in imbarazzo con una conversazione inappropriata di fronte ai suoi ospiti...
Se per secoli i crismi castranti verso le donne sono stati scagliati con atroce veemenza dai pulpiti delle chiese, da mezzo secolo a questa parte invece è la televisione ad educare subdolamente (e non) le femmine fin da piccole ad essere mogli perfette e mere procreatrici, guai se non fertili.

Il culto mariano è ancora in auge, ispirando modelli come ‘l’angelo del focolare’ (madre amorevole e moglie devota) e la ‘missionaria’ (maestra-suora, infermiera io-ti-salverò, badante asessuata...).
Dal peggio del maschilismo invece vantiamo la ‘rim-bambola’ (modella-miss-velina); l’‘andro(va)gina’ (donna-manager, donna-militare, atleta ma-solo-se-olimpionica); e la ‘trasgres-sex’ (prostituta, pornostar).
Qualunque altro stile di vita alternativo o scelta diversa vengono messi rigorosamente al bando, e le donne ‘inadeguabili’ si autocensurano, schiacciate dal senso di colpa per aver trasgredito al modello.
 
Anche nell’arte la donna italiana tende ad autocensurarsi; pochissime le donne compositrici, direttrici d’orchestra o registe; un’artista italiana può al massimo cantare, danzare o suonare l’arpa (forse il violoncello)...
Così come il sacerdozio cattolico è destinato solo agli uomini, ancora adesso le artiste italiane possono primeggiare solo sotto la severa supervisione di un direttore maschio. Anche la storia artistica femminile viene occultata (e quindi censurata), basti consultare un’enciclopedia tradizionale; le musiciste vengono citate (ma di sfuggita) solo se madri, sorelle o mogli di famosi compositori. E ancora oggi, se mai un’italiana dovesse permettersi di creare arte e autogestirsi, verrebbe considerata una pazzoide o una strega, a meno che non compaia in TV o non sia una costola adamitica di qualche personaggio già famoso.
Ma di chi è la colpa? Della mentalità italiana (e di chi la subisce passivamente), che con la sua arretratezza trogloditica sconfessa e vanifica le fatiche compiute nel secolo scorso dalle femministe.
È vero che in Italia l’artista non è una figura professionale riconosciuta al di fuori del mainstream, ma la maggior parte delle italiane non prende neanche in considerazione la possibilità di dedicarsi alla ricerca o all’imprenditorialità artistica perchè non li considera ‘mestieri da femmina’. Fortunatamente però c’è una minoranza di donne e artiste che sfugge alle statistiche... nonostante tutti gli ostacoli e le censure, noi perseveriamo ed educhiamo le nostre figlie/i - allieve/i ad essere libere/i

Chiara Stefani - Artemaieuta

CENSURE, deriva confine limite censura autocensura dormitorio infinito - Antonietta Laterza

Vorrei parlare di autocensura. La coscienza censura l’inconscio, ne seleziona il contenuto e la forma. 
Noi siamo oggetto di censura primariamente nei confronti di noi stessi. E di una forma di censura c’è bisogno, ma di quella basata sul silenzio della rabbia, dell’odio verso gli altri, dell’invidia, della gelosia.
Questi sentimenti vanno censurati ma non negati e/o soppressi a priori.
Le censure politiche sono una manifestazione esterna della belva che è in noi quando si scatena affamata contro la prima preda a disposizione. 
E’ affamata quella belva, è impaurita, è ignorante! Ignora altri modi di essere, di convivenza, di comunicazione. 
Non ci sono scorciatoie, occorre guardarsi con sincerità, senza proiezioni di un immaginario sociale che costruiamo per nasconderci. Un chiosco tibetano, uno sdraio a Riccione, un posto riservato ai bambini.
E’ lì che dobbiamo cercare


Vostra affezionatissima, Antonietta Laterza

Quando il salario della libertà è la morte Il caso di Ashraf Fayad - Sana Darghmouni

La storia della letteratura araba, come altre, è colma di esempi di casi di censura, dato la società conservatrice e tradizionalista in questione, a volte dominata da regimi totalitari o dittatoriali. La censura in suddetta società può scaturire da motivazioni di ordine religioso, politico o quando si toccano argomenti considerati tabù come l’emancipazione femminile o l’omosessualità ecc. Infatti tanti artisti, quando questo è possibile, optano per l’immigrazione per poter scrivere e produrre lontano dalle sbarre della condanna e dalla frustrazione della censura, subendo così esilio ed emarginazione nel proprio paese. Anche se forse l’immagine di un boia pronto ad eseguire la pena con la sua spada ci fa pensare ai secoli passati e all’epoca dei califfi e del dominio della religione sulla vita sociale.

Nella società odierna, si può assistere ad alcuni episodi dovuti ad atti di piccoli gruppi, mossi da motivazioni ideologiche. Si tratta ad esempio di un’organizzazione, spesso non legittima, che decide di condannare un autore per la sua opera perché contraria agli ideali stessi di quel gruppo. 
Il caso di Ashraf Fayad (1) invece è clamoroso e fa riflettere molto perché non si tratta di una
condanna che risale ai secoli passati, né ad un caso di condanna da parte di un piccolo gruppo estremista, bensì si tratta di un artista che viene censurato e, di conseguenza, condannato da un regime, cioè dalla parte legittima e governativa. Dalla parte del potere. La sua opera diventa la sua stessa condanna. Accusato di ateismo e quindi reputato pericoloso per il lettore, viene automaticamente condannato e gli viene richiesto di rinnegare la propria opera, operazione dolorosa per un artista.


Fayad viene condannato alla spada del boia in una prima istanza e successivamente a 8 anni di prigione e 800 frustate perché ha osato criticare la società in cui vive. Una società che ricambia la parola con la morte. Forse perché Fayad è un palestinese, rifugiato in Arabia Saudita, che parla della condizione dei rifugiati vissuta sulla propria pelle in prima persona. Perché esprime i disagi della sua generazione. Perché osa descrivere l’esilio con parole forti e crude:

“L’asilo: è star in piedi in fondo alla fila…

Per ottenere un tozzo di patria.

Star in piedi: è una cosa che faceva tuo nonno…senza sapere il perché!”(2)

O perché ha descritto con libertà e schiettezza il petrolio con parole come queste:

“E’ innocuo il petrolio

se non fosse per la miseria che lascia

a contaminare il mondo” (3)

Comunque siano le ragioni dietro alla sua condanna, personali o ideologiche, non si può di certo accettare di vedere un artista subire una fine così per aver scritto poesie. Le parole dovrebbero portare alla vita e non alla morte e alla censura (4).

1 Per informazioni sul caso si invita a consultare http://www.lamacchinasognante.com/la-morte-e-vetro-la-poesia-e-luce/

2 L’ultima stirpe dei rifugiati dalla raccolta “Le istruzioni sono all’interno”.

3 In merito alla preferenza del petrolio al sangue dalla raccolta “Le istruzioni sono all’interno”.

4 Per leggere alcune poesie del poeta palestinese consultare http://www.lamacchinasognante.com/la-poesia-non-si-frusta-tre-poesie-di-ashraf-fayadh-a-cura-di-sana-darghmouni-e-pina-piccolo/



Sana Darghmouni - Docente Università di Bologna

La libertà della musica e la repressione di genere. Nannerl Mozart - Davide Ferrari

La censura, la repressione politica o ideologica, nel totalitarismo esplicito e nelle debolezze delle democrazie, tutto questo riguarda anche la musica che, essendo la più comunicativa ed universale delle arti, è blandita e temuta dai poteri.
La musica dei maschi, in particolare.
Le donne hanno subito, oltre a tutte queste negazioni dirette della libertà, un'altra forma di repressione, quella di genere.
Talmente forte da sembrare naturale, la segregazione femminile dalla vita sociale e da quella artistica sono da sempre un marchio a fuoco sulla vita delle donne.
Si dice che dietro ad ogni uomo di successo vi sia una grande donna ma se quella donna volesse porsi innanzi, esprimere lei le sue volontà, essere ed apparire, cosa le sarebbe accaduto, cosa le accadrebbe?
Fino a pochi anni fa il suo destino sarebbe stato segnato. Anche oggi però per la grande maggioranza della popolazione mondiale, dovunque essa viva, alla donna sono da precludere le vie dell'espressione alta ed astratta, le strade della piena realizzazione artistica e musicale.

Uno dei maggiori compositori della storia della musica, per molti il maggiore, certo il più affascinante per la commistione di doti tecniche e magia d'improvvisazione, per giocosità infantile ed perfezione espressiva adulta.
E' Wolfang Amadeus Mozart, tutti lo sanno.
Ma i Mozart furono due.
Nella prima parte della sua carriera di bambino prodigio Mozart non era né l'unico della famiglia ad esibirsi né si esibiva da solo. Con lui era Nannerl, Maria Anna Walburga Ignatia Mozart , la sorella di qualche anno più grande.
Come lui enfant prodige, con lui negli spettacoli montati dal padre Leopold, per reali e nobili di tutta Europa, Nannerl era una stella. Passata dall'infanzia alla pubertà vennero i guai, i divieti. Viaggiare con due stelle costava troppo, Nannerl venne lasciata a casa a mantenere con il suo lavoro di insegnante privata di clavicembalo i viaggi artistici di Amadeus e il consolidamento da giovinetto della sua fama infantile.
Il clavicembalo non era l'unico strumento che padroneggiava, né forse il più amato. Ma il padre le proibì di suonare il violino, il corpo di una donna non si prestava al protagonismo del violinista, al massimo alla compostezza di una pianista.
Nannerl componeva ma non resta nemmeno un rigo della sua musica. L'arte del pensiero di una donna non può avere valore, meno si produce e più la sua vita rientra nell'apprezzata normalità.
Andò sposa ad un barone, curò i figli suoi e quelli del marito e del suo matrimonio precedente, visse lontana dalla città, relegata.
Il legame con Wolfgang si indebolì molto dopo il matrimonio del genio con l'amatissima Costanza.
Pare litigassero per l'eredità del padre, Wolfgang morì poverissimo da lei lontano e ignoto.
Dopo la morte del fratello Nannerl gli tornò vicina dedicando interamente all'opera del fratello la sua vita di vedovanza. Il marito barone e più anziano l'aveva lasciata sola, seguendo il naturale ordine degli eventi.
Catalogò, autenticò, diffuse e difese le pagine di Wolfgang ritrovando forse qualcosa di lui nell'ultimo figlio di Amadeus, Francesco Saverio Volfango, anch'egli musicista, di talento ma sovrastato dalla fortuna eterna del padre, in altro modo ma forse con simili effetti.
Non sapremo mai se davvero Nannerl avesse avuto in dono la forza creativa di Wolfgang. Lo ipotizzano i racconti della sua vita che ritroviamo in romanzi, racconti, pieces a lei dedicati negli ultimi vent'anni e nel film di René  Feret “Nannerl, la sœur de Mozart ».
Certo sappiamo che il padre volle impedirgli di creare, che la schiavitù del genere le amputò il pensiero, l'animo, il corpo che invece, fin dalle primissime età, erano legati alla libertà della musica. Le rimase il pianoforte, le note nella sua casa e per i suoi allievi. Quello che si poteva, quello che si doveva.

Davide Ferrari - Poeta

martedì 28 febbraio 2017

2017.... MondoFuturo.... Ma cos'è cambiato dal Passato?? - Cico

i vestiti... forse... la moda... i mezzi di trasporto... Ma a livello di Società cos'è cambiato dal Passato?... ci sono gli schiavi, i padroni, le guerre, la censura... il monopolio della paura! 2017... MondoMalato... Cosa è davvero cambiato dal Passato?... un altro presidente, un altro nome, un'altra protesta...  malappartenenze, falsi profeti, falsi ideali per falsi attentati... vera tristezza dell'umanità! Perdizione e Sconforto Universale! 2017... MondoLoko... cos'è cambiato dal Passato???


Tutti uguali nei bar popolari, Linguaggio Povero e Maschilismo alcoholico... Pubblicità, Film, Video su youtube, programmi in radio, programmi in TV, libri, mostre, atelier, festini, mondanità, pseudocultura-spazzatura che continua a espandere il Virus, dell'ignoranza, dell'arroganza, dell'egocentrismo, dell'edonismo, che ci sterilizza le coscienze, ci ingolfa i pensieri e ci blocca la comunicazione.
2017... MondoVirtuale... scambi di foto, appuntamenti al buio, regressione sessuale, anaffettività, decadenza emotiva, confusione identitaria... fuori: appariscente... dentro: Vuoto, Aria! Che cosa è davvero cambiato dal Passato? 
Donne Censurate, abusate, incatenate dal Controllo Mentale, ingabbiate nel ruolo materno e sentimentale, imprigionate all'essenza stessa della bellezza, sminuite dal sistema, avvelenate, decimate, sterminate senza pietà dal femminicidio. 2017... MondoVergogna!!! 
Cercare di chiudere la bocca ad una Donna per annientare il suo Pensiero é come togliere il colore della Vita... silenziare la Musica... prosciugare l'Acqua... perdere la sensibilità dei polpastrelli e delle papille gustative! ancora Oggi... un cantante, un artista, può risvegliare gli animi del pubblico presente grazie al proprio talento ....ma se lo fa una Donna... se è una donna a Spaccare davvero... Allora li puoi sentire il Calore espandersi, gli spiriti ballare e la luce accendere il cielo! Perché una Donna ha il Potere! É connessa con L'Universo! Ha tutto questo ed altro intensamente in sé... Quindi l'uomo inutile può provare ed in senso concreto o burocratico riuscirne ad ostacolare il cammino... ma non riuscirà mai ad impedire che la Donna raggiunga la LiBERTA'! 

NO ALLA CENSURA! 

Cico - FamiliaGrandeExpress

Come si chiama in italia la censura? - Simone Ramilli

È conosciuta l’efferatezza dei regimi liberticidi nel praticare la censura e la violenza fisica, nonché psicologica, contro gli oppositori di regime e per silenziare e reprimere gli intellettuali e artisti dissidenti. Tra i fatti più recenti, basti ricordare il clima da caccia alle streghe che si è venuto a instaurare in Turchia dopo il “fallito” golpe del 2016. Fino a pochi anni fa, per la vivacità artistica e della vita notturna, Istanbul, era considerata méta ambita dai giovani Underground di mezza Europa, soprattutto Berlinesi. Io stesso ho pensato di andarci a vivere ma ora è diventata una meta off-limits.
Nondimeno, questo tipo di censura e repressione - oltre a fare molto male – è però in grado di generare forme di resistenza sociale ed espressioni artistiche underground che, alla fine, in un modo o nell’altro, riescono ad emergere attraverso i circuiti della solidarietà internazionale e, oggi, grazie alla diffusione virale nei tam tam sui social network.
Ma che tipo di censura si pratica qui da noi? E soprattutto fa meno male?

Nei paesi democratici (che tali sono perché al loro interno esiste una qualche forma di opposizione o contropotere), la censura più brutale e diretta, per esempio, quella esercitata attraverso gli organi giudiziari - Vedi Erri De luca - o, attraverso minacce mafiose – vedi Roberto Saviano – o, di altro tipo ancora, produce più spesso l’effetto contrario a quello desiderato: generare popolarità e solidarietà verso chi la subisce.

Esiste però una forma più strisciante di censura in vigore in alcuni paesi democratici, tra cui l’Italia che a dire il vero censura non è chiamata: riguarda la selezione dei contenuti da veicolare, la loro ghettizzazione in generi, la loro pubblicazione ad opera di case editrici, case discografiche, ecc. Che, attenzione, non si chiama neppure “libero mercato”, come i più scafati suggeriscono. Non è il mercato a farla da padrone in questa forma di censura. Infatti, molte delle opere create da artisti e intellettuali, pur non essendo dagli stessi cestinate, anni e anni di lavoro e meticolosa dedizione, non arrivano mai al mercato, o, comunque, rischiano di perdersi nei meandri dell’iperproduzione d’informazioni che rappresenta oggi internet.
Questa forma di censura non è meno pericolosa per l’artista e l’intellettuale. Questa censura in Italia ha tanti nomi, lame che trafiggono il cuore dell’artista e dell’intellettuale. Il nome della censura nel nostro paese si chiama mediocrità, analfabetismo (di ritorno), gerontocrazia, impunità e, non meno importante, disuguaglianza nelle pari opportunità.

Simone Ramilli, scrittore, si riconosce nel filone di studi di biopolitica denominato “Italian Teory”. Nel 2007 per Tecniche Nuove ha pubblicato “Le origini della malattia” e nel 2015 “La cura. Liberi da paure e malattie”. Nel 2017 ha pubblicato per Pendragon “Appello agli abitanti della Terra contro il cancro della paura”.

Simone Ramilli - Scrittore

lunedì 27 febbraio 2017

HAI CAPITO CHE COSA HO IN TASCA? - Mirella Santamato

La vita, a volte, ti fa degli strani scherzi, mettendoti alla prova nelle maniere più incredibili.
Ho cominciato la mia rinascita sia fisica sia spirituale nel 1995, dopo una vita segnata da una malattia gravissima e da vari tentativi per riappropriarmi della medesima, visto che me ne era stata tolta una buona parte .
Ho descritto la mia grande avventura in un libro pubblicato dalla Mondadori che aveva il titolo “ Io, sirena fuor d’acqua” . Il libro ha avuto un successo clamoroso, vendendo migliaia e migliaia di copie fino a che…fino a che, un brutto giorno, come in un incantesimo, tutto all’improvviso sparì. Nel giro di una notte nessuna libreria aveva più il mio libro e sembrava scomparsa anche la Mondadori, dove nessuno rispondeva alle mie telefonate disperate.
Dopo sei mesi, che a me sembrarono sei anni, ricevetti una telefonata in stretto dialetto siciliano, dove mi si invitava ad un grande evento teatrale nella città di Messina, con tutti i maggiori esponenti della moda e dello spettacolo. Mi sembrò una rinascita, ma era l’anticamera dell’inferno.
In poche parole, la Mafia aveva puntato gli occhi sul mio libro e voleva appropriarsene. Volevano, in realtà, non solo appropriarsi dei diritti sul mio libro, ma su tutto quello che, in futuro, avrei mai potuto scrivere. Mi blandirono con ogni mezzo, fino a promettermi un film a Hollywood tratto dalla Sirena.
Per convincermi a firmare, mi invitarono perfino in America ad un gran Galà con l’allora Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e pagarono tutto loro.
Ero sempre “scortata” da un picciotto che rimase incollato al mio fianco dal momento in cui decisero che tutto ciò che scrivevo doveva passare sotto il loro controllo.
E il loro controllo fu davvero efficace! Nessuno mi chiamava più per fare conferenze o trasmissioni televisive, cose frequentissime, invece, quando il libro era ancora “libero”. Le telefonate del “picciotto” invece erano sempre più pressanti, facendomi credere che loro fossero ad un passo dalla realizzazione del film con vari famosi registi americani come Scorsese o Coppola.
Dopo tre anni di questo stillicidio, mi proposero un contratto da firmare dicendomi che “ io non avrei mai pubblicato più un libro se non avessi firmato” .
Era vero.
In quei tre anni disperati avevo scritto un altro libro dal titolo “ La Trappola invisibile”, che parlava proprio dei meccanismi coercitivi della nostra società. Ogni volta che telefonavo in una casa Editrice famosa, dove prima ero di casa, improvvisamente nessuno conosceva più il mio nome, né rispondevano alle mie lettere. Vissi anni di disperazione assoluta.
Quando, alla fine del quarto anno di persecuzioni larvate, mi mandarono il contratto che io avrei dovuto firmare davanti ad un notaio, arrivò il picciotto e si presentò, nella sala del notaio, con una giacca stretta nella cui tasca c’era un evidente rigonfiamento. Mi chiese, prima di entrare nell’ufficio notarile: “ Hai capito che cosa ho in tasca?” . Io deglutii e feci di sì con la testa. La forma di una pistola era evidente.
Entrai dal notaio e non firmai.

Mirella Santamato - poeta

Sorellanza e censura - Antonella Barina

In marzo presenterò le raccolte “Soror – o della libertà delle donne”, “Soror – o dell’essere niente”, “Soror – o la lingua svelata” all’incontro che Vittoria Ravagli organizza a Sasso Marconi sulla sorellanza. Mentre le rispondevo, dentro l’email, l’altro giorno mi è uscita questa Noncupatio, un termine che - più che testamento - significa espressione delle volontà. Una parla se c’è chi la ascolta. Al tempo stesso cercavo di capire come potevo essere ubiquamente anche al MFD sulla censura cui mi invitava Serenella, Serenella Gatti. E di censura parlano certamente sia le raccolte che questa Noncupatio, nata a cavallo dei desideri di queste mie sorelle, fatta in rima per essere cantata. Quindi vi sarò grata, care sorelle tutte, se la suonerete, la canterete, la metterete in rete e me la segnalerete.
Un caro abbraccio, Antonella Barina


SOROR - NONCUPATIO

Soror son le pepite
in fondo al setaccio
Sono le donne che
non mi tengono al laccio

Soror son le sorelle
che hanno memoria
Quelle con le quali
abbiam cambiato la storia

Soror è il rispetto
della mia genealogia
E nessuna me la spieghi
vi prego, per cortesia

Soror vuol dire che
se la chiami lei viene
Soror non risponde
solo perché conviene

Soror mi sussurra
che tra un po’ partiamo
Voglio essere sicura
di quello che lasciamo

Voglio che sia chiaro
che non ho paura
della guerra che ci fate
né della notte oscura

Ho usato le parole
come fiori e spade
Le picche ed i denari
li lascio a chi ci cade


Quello che son stata
non è solo libertà
Prigioni di parole
uccidono l’ identità

Ho usato i simboli
come tappeti volanti
perché potessero
volare tutti quanti

Dentro di me una volpe
li ha sempre annusati
quelli che volevano
pensieri imbavagliati

Mi han ferita e derubata
fin dentro casa mia
Ma quello che hanno preso
volevo darlo via

Sì, i tradimenti
mi han spezzato il cuore
ma il mio segreto è
trasmutare il dolore

Ho l’anima piena
di nuvole di panna
E il mio animo
è forte e non si danna

Loro vedono una vecchia
io sono una bambina
Sempre stata guerriera
Sono com’ero prima

Soror è tante cose
Soror è l’anima antica
Chiamala come vuoi
madre sorella amica

Il gioco di specchi
che ci doveva incatenare
è un arcobaleno
che sappiamo cavalcare

Aspetto il mio cavallo
il drago il lupo il cane
Con l’aquila vicino
io torno al mio reame

Antonella Barina (Loba), 4 febbraio 2017

mercoledì 22 febbraio 2017

Donne e censura - Serenella Gatti Linares

Non sono una musicista, ma una che ama la Musica, senza la quale la vita sarebbe intollerabile! Meno male, perché deve esistere anche un pubblico, così come occorre che qualcuno legga, mentre quasi tutti scrivono. Quindi, non ho esperienze personali. Ma a livello teorico e generale la mente si affolla di idee collegate alla donna ed allo stato di sottomissione in cui è stata tenuta fino agli anni ’70 del Femminismo del secolo passato ed in certi paesi del mondo ancor oggi.
Ad esempio, reclamiamo la libertà per Abdullah Ocalan, leader turco, e per i prigionieri/e politici/che Curdi/e. L’11 febbraio c’è stata a Milano una Manifestazione Nazionale a tale proposito. Le guerrigliere curde propongono un vero e proprio progetto educativo globale, in cui esistano assolute parità fra uomini e donne. Hanno condotto una lotta all’interno del Partito Comunista Curdo dando luogo alla prima esperienza realizzata di organizzazione della società basata su un’elaborazione femminile. Ma adesso il Movimento di Liberazione subisce pesanti e nuove minacce. E’ peggiorato a causa della guerra in Kurdistan e del regime turco di Erdogan. Ma la questione curda non può e non deve essere risolta militarmente. Chi lo fa tramite torture e condanne a morte è incivile.
Ritengo che ancora le donne artiste non vengano trattate alla stessa stregua degli uomini artisti. In qualunque ambito (musica, pittura, scultura, scrittura…) persistono molti pregiudizi.  
La donna è vista fondamentalmente in due modi. Come bambina da lasciare giocare o aiutare oppure come persona da osteggiare, nel senso che farebbe bene a tornarsene a casa a curare i figli o a preparare mangiarini o a darsi al piccolo punto. 
Assai raramente appaiono personaggi che dimostrino sincera ammirazione per le opere d’arte femminili comprendendole nel loro significato più profondo. Il fatto è che i luoghi del potere sono in mani maschili per la maggioranza.
Ad esempio, nella politica, economia, finanza, arte. Le donne lavorano maggiormente e guadagnano di meno. Nonostante oggi in Italia leggano di più ed abbiano titoli di studio superiori rispetto agli uomini, come attestano le statistiche. Nel mondo della musica, ad esempio, le musiciste Rock non sono trattate paritariamente né dai colleghi né dai critici né dal mercato discografico. Per fortuna, di recente ho assistito a Bologna alla nascita di un “Nuovo Femminismo Internazionale” ad opera dell’Associazione “Non una di meno”. In seguito alla Manifestazione del 26 novembre 2016 e in preparazione dello “sciopero delle donne” dell’8 marzo 2017, su modello argentino, a cui hanno aderito decine di paesi del mondo. E’ stato tracciato un piano antiviolenza contro il feminicidio. 
Circa duemila donne erano presenti, quasi tutte giovani universitarie preparate e grintose. Siamo ancora immersi/e in un clima sessista nell’ambito dell’educazione, della comunicazione; ad esempio, nell’uso sessista della lingua italiana. Forse ci saranno maggiori controlli e vigilanza, anche se ancora in mezzo a tante difficoltà. 
Mi è parso un ottimo segnale di speranza per futuri cambiamenti e miglioramenti in ogni campo, compreso quello artistico. Cosa fare se non continuare a parlare parlare parlare…, pensare pensare pensare… resistere resistere resistere. 


SERENELLA GATTI LINARES
Poeta

La censura e le artiste donne - Bruno Brunini

La scorsa primavera l’artista messicana Teresa Margolles ha realizzato per la Biennale Donna di Ferrara un grande affresco composto con le fotografie dei cartelli usati dalle famiglie in Messico, per cercare le proprie ragazze che scompaiono e non vengono più ritrovate oppure vengono rinvenute morte.  “Succede perché c’è un grandissimo disprezzo delle donne - ha detto Teresa -, i cartelli sono affissi da così tanto tempo che hanno assunto questo aspetto usurato e le persone sono così abituate a vederli che ci scrivono e disegnano sopra. Queste immagini diventano così il segno dell’ulteriore sparizione delle ragazze: il tempo e le persone le hanno dimenticate”.
Con  le sue opere Teresa Margolles, insieme ad altre artiste, è dunque riuscita a bucare il silenzio, emblema dell’indifferenza, della censura, della violenza, e a farsi conoscere e apprezzare grazie anche all’attenzione di determinati circuiti culturali, dimostrando come l’arte possa essere un importante strumento di conoscenza, in grado di superare pregiudizi e barriere geografiche, sociali e culturali.
Ma la voce della Margolles è un raggio di luce nell’oscurità. La maggioranza delle donne che in ogni parte del mondo utilizzano linguaggi espressivi diversi, per dare forma alle proprie capacità, e che spesso sono accomunate dalla stessa vocazione artistica di cogliere le ragioni dei più deboli denunciando contraddizioni, violenze e corruzioni, se vogliono continuare  il proprio lavoro devono affrontare censure, estromissioni, intimidazioni e in alcuni Paesi perfino il carcere o l’esilio.
Anche in Italia, da sempre e in forme diverse,esiste  il problema della censura, che in alcuni casi è più velata e nascosta in altri è più evidente. 
Un esempio emblematico a questo proposito è il saggio di Daniela Domenici: Note di donne. Musiciste italiane dal 1542 al 1883, che raccoglie la biografia di numerose compositrici di talento della nostra storia musicale che hanno lasciato un segno importante nell’evoluzione della musica, puntualmente ignorate dagli studi ufficiali e dalla memoria collettiva.
Ma l’elenco delle vittime della censura non si ferma al passato. Sebbene nella nostra contemporaneità esiste una variegata dimensione underground di cultura femminile che in parte riesce ad emergere attraverso internet o eventi marginali, tante sono le artiste che pur offrendo inedite modalità di lettura della realtà vengono sistematicamente escluse dalle istituzioni culturali, dalle discussioni pubbliche e mediatiche e spesso dagli stessi artisti o dai vari gruppi e consorterie che a differenti livelli difendono, in questo modo, una loro posizione di potere sulla scena pubblica.
Anche il MFD di quest’anno, dedicato alle donne artiste censurate, rappresenta perciò un’ occasione importante per riflettere su quanto ci sia ancora da fare, per andare oltre i confini della censura e promuovere in ogni ambito artistico ulteriori iniziative e percorsi di ricerca e divulgazione della creatività, e in particolare di quella femminile. Tutti possiamo impegnarci per farlo.
Riportare alla luce le esperienze di chi offre uno sguardo diverso sulle cose, significa non solo svelare gli orrori che quotidianamente si consumano in ogni angolo del mondo, in cui vengono calpestati i più basilari diritti umani, ma significa anche sostenere il dialogo, la conoscenza, lo scambio di esperienze, contro ogni forma di omologazione e appiattimento del pensiero.

BRUNO BRUNINI
Poeta

mercoledì 15 febbraio 2017

Anche La piccola Fadette “messa all’Indice” - Anna Albertano

L’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa cattolica, Index librorum prohibitorum, pubblicato per la prima volta nel 1559, nelle sue diverse versioni, per oltre quattro secoli, ha messo al bando testi religiosi, scientifici, filosofici, storici e letterari, è stato infatti soppresso soltanto nel 1966.
La proibizione di opere considerate eretiche, risale all’origine della Chiesa, ma con l’invenzione della stampa a caratteri mobili a metà del XV secolo, la conseguente diffusione di testi, e per contrastare la Riforma Protestante, con l’aumento del numero dei fedeli che potevano apprendere la nuova dottrina su testi in volgare, attraverso l’Indice veniva controllata ogni opera stampata, e delle opere ritenute contrarie alla dottrina e alla morale cattolica veniva proibita la pubblicazione, la vendita, l’acquisto, la conservazione, la diffusione e naturalmente la lettura.
Lo sviluppo culturale del nostro Paese, considerato l’enorme potere della Chiesa, ne è stato fortemente condizionato, al Rinascimento è seguita infatti un’indubbia decadenza. La censura si applicava con controlli rigidissimi alle dogane, che bloccavano la circolazione di idee, chi tentava di far passare lo stesso i volumi rischiava la pena di morte. E fu particolarmente severa nelle università, soprattutto nelle materie scientifiche, anche le lezioni venivano controllate dall’Inquisizione. La persecuzione più dura proseguì fino a tutto il Settecento.
Un’oppressione secolare che ha lasciato segni profondi nella mentalità italiana. Mentre la diffusione della stampa avrebbe consentito l’innalzamento dell’istruzione, venne incentivato l’analfabetismo popolare. A preoccupare la Chiesa era proprio l’apprendimento e la capacità critica che ne sarebbe derivata, elemento di emancipazione civile.
Il prevalere di un atteggiamento di cortigianeria fra gli intellettuali italiani, con la graduale adozione di un parlare “difficile, cifrato e allusivo”, rendendo ulteriormente inaccessibile il sapere, non fece che aggravare tale assoggettamento.
Da noi la cultura non ebbe e tuttora non ha lo stesso valore che le viene riconosciuto altrove, per esempio nei Paesi del nord Europa, dove al contrario il livello di studio è un elemento indispensabile nell’affermazione sociale.
In una cupa e lunghissima storia di persecuzione, di condanne, di persone mandate al rogo, di paura, di umiliazione delle menti e spesso di avvilente autocensura, a farne le spese sono stati uomini e donne, la civiltà, la cultura, l’intelligenza umana.
Le donne, oltre che come autrici, erano tra i principali bersagli della censura, ad esse veniva se non precluso, ostacolato l’accesso stesso alla cultura.
In questa breve nota di memoria sulla censura, vorrei ricordare una grande scrittrice e drammaturga della Francia romantica, George Sand, pseudonimo di Aurore Dupin, donna libera e anticonformista, scrisse romanzi riguardanti l’emancipazione femminile, rivendicando il diritto alla libertà delle donne, l’uguaglianza fra uomo e donna. Nella vita come nelle opere rifiutò i ruoli femminili imposti a quel tempo. La sua opposizione al papato e alla sua politica le costò la messa all’Indice di tutte le sue opere.
Uno dei suoi romanzi, La piccola Fadette, del 1849, ambientato nella campagna francese, ha per protagonista una piccola vagabonda malvista dagli abitanti del borgo perché nipote di una guaritrice. Una lettura dell’adolescenza, che ricordo come storia avvincente per i fuochi fatui che si accendevano nei boschi la notte, e soprattutto per via di quella ragazzina non bella, osteggiata dalle persone intorno a lei, ma intelligente, generosa e capace di grandi sentimenti. Nulla di dissacrante, eppure una storia d’amore della metà dell’Ottocento, raccontata con gusto e con piena libertà di espressione, come difficilmente si poteva leggere sulle pagine di autori italiani coevi. Allora non ne capivo il perché.

Anna Albertano - poeta

lunedì 7 marzo 2016

Bruno Brunini - Le molteplici forme di censura culturale

 “Non leggo mai i giornali  al mattino  perché stampano solo quello che voglio io”. Ancora oggi fa riflettere questa affermazione di Napoleone III di Francia, quando si parla di censura culturale o più in generale di libertà di espressione.
Sebbene la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, abbia sancito dal 1948 l’intangibilità del diritto alla libertà di espressione, non sempre è possibile esprimere e far circolare le proprie idee. Nell’ambito artistico poi, in diverse parti del mondo, ci sono musicisti, poeti, registi, perseguitati, condannati, imprigionati, per la loro arte, da regimi dispotici che non tollerano voci dissonanti.
L’oscurantismo, l’intolleranza si sta diffondendo anche attraverso il terrorismo del fondamentalismo islamico. Il terribile attacco al Bataclan Club di Parigi del novembre 2015, ha colpito al cuore la musica e con essa i valori della libertà e della democrazia.
C’è quindi molta strada da fare per contrastare violenze e contraddizioni che minacciano la libertà di tutti. Come diceva Bobbio: “Il riconoscimento del valore della libertà non deve creare l’illusione della sua eterna durata”.


Per fortuna nel nostro paese gli artisti  non sono perseguitati o minacciati di morte, i poteri della censura culturale sono stati ridotti nel tempo, ma la censura non è mai scomparsa e si presenta in forme più subdole. Non tutti, infatti hanno le stesse opportunità di farsi conoscere e apprezzare per la propria ricerca artistica, a causa di un sistema di promozione e di comunicazione a senso unico, che funziona in base alla rete di amicizie, all’appartenenza a una corporazione o a gruppi ristretti che occupano posizioni di potere.

Un sistema trasversale, ramificato nelle istituzioni culturali, nell’editoria, nelle industrie discografiche, che non riconosce tutto quello che si produce al di fuori di questa logica. 
Specchio di questa situazione è la mancanza di indipendenza dei media e dei giornali più influenti che non rendono conto di una realtà molto più varia e imprevedibile di quella che rappresentano. Il loro silenzio equivale a una forma di censura che colpisce le voci critiche, chi è portatore di originalità. 


E’ vero che nell’epoca del web l’uso di internet offre la possibilità di ampliare la libertà di espressione e di partecipazione, ma la sua evoluzione non è lineare. Il vuoto di cultura che viviamo, l’omologazione, i condizionamenti dalle gerarchie di potere si riflettono anche nella rete, dove può succedere che molte opere valide finiscano per essere oscurate dalla massa enorme di messaggi, spesso irrilevanti.

Spazi di libertà e di riflessione su quanto accade, sono però creati anche da manifestazioni come il Music Freedom Day, che al di là del sostegno dovuto agli artisti  perseguitati e in pericolo di vita, possono servire a portare una cultura orizzontale, libera, accessibile a tutti, che in ogni campo dell’arte, valorizzi il dialogo e azioni concrete per divulgare le diverse attività artistiche dei soggetti del territorio, vittime del silenzio dei media, perché come ha scritto Nelson Mandela: “Essere liberi non significa solo spezzare le proprie catene,  ma vivere  nel rispetto degli altri ed agire per raggiungere la libertà di tutti”.


BRUNO BRUNINI

venerdì 26 febbraio 2016

CARTA DEI DIRITTI CIVILI DELL’ARTISTA - Music Freedom Day 2014

Art. 1 - L'Artista ha diritto a non essere censurata/o 
L'A. ha gli stessi diritti di qualunque essere umano (v.Costituzione Italiana e Carta Dei Diritti Umani). 
L'A. ha diritto di esprimersi liberamente ovunque, con qualunque linguaggio, forma e contenuto (purché non leda i diritti civili di altri esseri umani). 
L'A. ha diritto ad essere difesa/o e sostenuta/o dalla propria comunità di appartenenza. 
L'A. ha diritto ad associarsi liberamente e a costruire reti con altri artisti. 

Art. 2 - L’Arte ha diritto ad essere riconosciuta come patrimonio culturale e valore sociale. L'Arte è la libera espressione dell'individuo nella propria autenticità e come tale va promossa senza pregiudizi. Tutte le arti hanno pari dignità e valore. 
L'A. ha il diritto/dovere di dar voce ad altre soggettività che non hanno mezzi e modi di espressione. 
L'Arte di singole comunità etniche/geografiche va riconosciuta e promossa come patrimonio dell'umanità. 
Il valore del processo creativo che porta al prodotto va riconosciuto in ugual maniera dell'opera. 

Art. 3 - L'Artista ha diritto ad essere riconosciuta/o come categoria professionale 
L'A. ha diritto a mantenersi dignitosamente col proprio lavoro. 
L'A. ha diritto ad essere considerata/o lavoratrice/tore, anche se non è dipendente di Enti Pubblici dello Spettacolo (orchestre, teatri, musei, televisione, ecc.). L'A. ha diritto ad essere riconosciuta/o anche se non possiede una formazione accademica o convenzionale. 
L'A. ha diritto a forme di retribuzione e sostegno, anche per il lavoro culturale e l’opera intellettuale. 
L'A. ha diritto ad un reddito minimo, anche nella fase di ricerca e non solo per la produzione di opere. 

Art. 4 - L'Artista ha diritto a non essere sfruttata/o e strumentalizzata/o ad altri scopi 
L'A. ha diritto a non essere condizionata/o o lesa/o dalle leggi del mercato. 
L'A. ha diritto a creare un mercato alternativo a quello commerciale attraverso forme di auto- produzione a basso costo e ad ampia diffusione, sia fisiche che virtuali. L'A. ha diritto alla libera distribuzione e visibilità delle proprie opere. 
L'A. ha diritto ad autorappresentarsi liberamente, anche per quanto riguarda la propria immagine. 

Art. 5 - L'Artista ha il diritto di performare liberamente L'A. ha diritto di performare sul suolo pubblico senza essere sorvegliato o perseguito. 
L'A. ha diritto a forme di agevolazione per l’esibizione in spazi pubblici. 
Le strutture private che ospitano performances artistiche hanno diritto a forme di agevolazione. 
L'A. ha diritto di entrare in contatto diretto col pubblico, e di educarlo anche a forme d’arte non commerciali. 

Art. 6 - L'artista ha il diritto di rivendicare la paternità/maternità della propria opera. L’Opera non è soltanto merce e non si può valutare con i meri criteri commerciali. La paternità/maternità dell’Opera non va ridotta soltanto alla questione del diritto d’autore. 
L'A. ha diritto di esautorare il ruolo della SIAE (o altre lobbies di monopolio), e riappropriarsi della gestione dei propri diritti d'autore.

Art. 7 - L'Artista ha il diritto di essere informata/o 
L'A. ha diritto ad essere informata/o sulle normative vigenti comunali e nazionali che la/lo riguardano per non incorrere involontariamente nell’illegalità o nel sistema punitivo. L'A. ha diritto a conoscere le ordinanze comunali che agevolano o permettono le manifestazioni pubbliche. L'A. ha diritto ad essere informata/o sulle risorse di cui potrebbe disporre (es. bandi, concorsi, ecc.). Art. 8 - Tutti gli esseri umani hanno il diritto ad una formazione artistica la scuola pubblica ha il dovere di sviluppare i potenziali creativi dell’individuo fin dalla tenera età. 
L'A. ha il diritto/dovere di contribuire alla formazione artistica dell'individuo operando nella scuola pubblica.

Difendere la libertà della musica non è parlare d'altro - Davide Ferrari

L'attacco a Parigi, ai suoi cittadini, ai suoi giovani, di etnie e storie diverse, si è concentrato, non a caso, sul Bataclan. Sono molteplici i simboli evocati da un terrorismo spietato e assoluto nella sua identità, e ambiguo nelle protezioni internazionali che ha ricevuto e riceve. 
Fra questi, più evidente è la musica, la partecipazione alla musica, una componente ineliminabile dalla vita di qualunque ragazza e qualunque ragazzo.
E' quindi opportuno che il Music Freedom Day di questo anno 2016 sia dedicato, in tutti paesi dove si svolgeranno iniziative, alle vittime della carneficina avvenuta in Francia.
La libertà della musica è la libertà stessa della vita, è parte del diritto a vivere.
Sappiamo, anche se così poco spesso ci viene ricordato, che le cellule dell'esercito nero -che oscenamente afferma di rappresentare l'universo islamico- i mitra che hanno ucciso nella capitale della Francia sono una tessera di un mosaico di sangue che stiamo vedendo estendersi nella rincorsa spietata fra il terrorismo e la guerra.
In queste ore sulla pelle dei popoli della Siria si combatte una guerra che vede le grandi potenze protese a ribadire la proprio primato assai più che a combattere l'Isis. Con angoscia 27 anni dopo la caduta del muro di Berlino assistiamo impotenti al riprodursi, senza vergogna, di sfacciati conflitti fra imperialismi. Quelli che vediamo sono giochi di morte
senza più i veli ideologici che il bipolarismo del dopoguerra adoperava, in qualche modo contenendosi per poterli mostrare. Mentre si racconta di scontri di civiltà, la realtà ci consegna una verità ben diversa, dove Stati e super-Stati si contendono basi e ricchezze del cuore mediorientale del nostro sviluppo.
Difendere la libertà della musica non è parlare d'altro.
La musica non ha parole ma vibra con i corpi, esprime la sua verità che è più forte di ogni divisione artificiosa e violenta fra i popoli e gli individui.
Naturalmente la musica è spesso anche altro: strumento di un consumo alienante, prodotto per distrarre o bandiera di una volgare diversità posticcia, di illusorie ma pericolosissime identità contrapposte e speculari.
Ma ancora non è nata una umanità che si accontenti di una musica serva dell'oppressione.
Ancora, e più, la musica è cultura, eternamente allo stato nascente, eternamente capace di proporre una creatività della nostra specie che non si può comprimere in un'ideologia, in una propaganda.
Lo sanno gli assassini e i guerrafondai, chi da' alla vita degli altri l'importanza che diamo ai granelli di sabbia mentre calpestiamo una spiaggia. 
Lo hanno sempre saputo.
La musica, come l'arte, sono per loro forze nemiche. In molti momenti nella storia sono rimaste le sole nemiche.
Le mani spezzate di Victor Jara prima del suo sacrificio sono ancora in mente a tanti della mia generazione, paradigma della musica oppressa e voce degli oppressi.
Ogni generazionde ha le sue immagini. Se le accostiamo vediamo maggiormente ciò che le accumuna anche se sembrano diverse, opposte. I giovani del Bataclan diventeranno l'immagine chiave per chi ha i loro anni. 
Ma questo accadrà se si avrà la capacità di comprendere che non solo la storia non è mai finita, com'è ovvio ormai per tutti, che gli avvenimenti non debbono essere accettati come fatalità incomprensibili, .hanno cause e colpevoli. 
Il Music Freedom Day porta il suo contributo, vuole far pensare e far discutere. Noi, anche quest'anno, ci saremo.

DAVIDE FERRARI poeta, Direttore artistico di Casadeipensieri

Racconti e riflessioni sulla censura nella musica di oggi in Italia - Salvatore De Siena

RACCONTI E RIFLESSIONI SULLA CENSURA NELLA MUSICA DI OGGI IN ITALIA

Parlare oggi di censura nella musica, richiede un’attenzione particolare, un punto di vista nuovo e degli strumenti di analisi diversi dal passato. Credo, infatti, che la censura che oggi avviene nella musica, ed in particolare in quella italiana, diversamente da un tempo, provenga soprattutto dai mass media e, cosa molto più preoccupante, dal pubblico che invece è quello che dovrebbe tutelare la libertà d’espressione artistica. A volte sono gli stessi artisti che censurano altri artisti e a volte gli stessi artisti si autocensurano. Anche le forme della censura sono cambiate. Non si censura più per il buon costume o per la religione ma per ragioni politiche o meglio dire partitiche. Impera il politicamente corretto che si declina come manifestazione di rispetto, educazione e civiltà. E questo determina per paradosso un innalzamento del baricentro della censura. Viviamo un momento storico in cui apparentemente c’è maggiore libertà artistica ma di fatto vi è una più profonda censura politica, un maggiore controllo sociale di cui, però, non sempre siamo consapevoli.

Certo non ci sono più gli uffici pubblici o peggio gli uffici politici della censura ma quella che proviene dai media, dal pubblico o dagli stessi artisti non è meno importante ed efficace, e soprattutto è più subdola perché meno visibile, meno identificabile e quindi più difficile da combattere.

Quanto ai media, credo che dietro al formale principio della libertà di stampa, libertà di parlare di una canzone o di un artista, in realtà spesso si censurino brani, dischi, progetti artistici e addirittura carriere di artisti. Lo si fa in forme negative, cioè non parlandone, oscurandolo, e, al contrario, premiando, portando avanti quelli comodi, funzionali, che non danno fastidio. Le radio e le tv stroncano gli artisti e li costringono di fatto ad adeguarsi. 

Agli artisti che conservano coscienza critica e autentica forza espressiva, i media non danno alcuno spazio. D’altra parte vi è la tendenza di molti artisti “alternativi” di pensare che sia opportuna andare a Sanremo per farsi conoscere e soprattutto per cambiare il Festival. Così di fatto, non solo investono energie in direzioni sbagliate ma legittimano ancor di più i
centri della censura televisiva mentre non si trovano energie ed idee per immaginare percorsi diversi, così finendo inesorabilmente per essere assorbiti dal sistema omologante e svuotati della loro forza musicale, creativa e sociale. Per paradosso, oggi Sanremo cerca artisti originali, fuori dal coro, da usare come spezie nella minestra insipida e fa fatica a trovarli perché nel frattempo quasi tutti gli artisti si sono “sanremizzati” per cercare di sbarcare il lunario

Ma è il pubblico oggi a condizionare maggiormente la creatività musicale. Tanti sono gli artisti che seguono il pubblico anziché essere seguiti dal pubblico. A questo riguardo un ruolo importante hanno assunto i social attraverso i quali, se da un lato si tenta di farsi conoscere, dall’altro si finisce spesso per farsi condizionare. Il condizionamento del pubblico che segue un artista spesso si trasforma in pressante richiesta di un brano piuttosto che di un altro e, in ultima analisi, in una censura. Certo nessun artista è disposto ad ammettere che il proprio pubblico eserciti su di lui una forma di censura ma questo purtroppo avviene e l’espressione artistica ne risente. Spesso gli artisti non ne sono nemmeno consapevoli e tendono all’autocensura credendo di essere liberi. Ma in realtà la censura opera subdolamente a livello primordiale di creatività e quindi tendenzialmente abbiamo pochi casi in cui la censura e la disapprovazione arriva in un momento successivo. In pratica non ce n’è bisogno perché l’artista si è autocensura e crea l’opera che tende a soddisfare le aspettative del pubblico piuttosto che seguire l’autentico flusso creativo. C’è un adattamento artistico censorio in tempo reale consentito da internet. Non è casuale il fatto che attualmente in Italia nella musica ci siano pochi casi di censura, a differenza di quanto succede nel mondo teatrale e televisivo.

Le conseguenze di questo fenomeno sono devastanti perché, a differenza di un tempo, quando la censura era dichiarata, oggi assistiamo ad un abbassamento della capacità di scrivere e rappresentare la realtà in modo critico, dirompente, anticonvenzionale e rivoluzionaria. In pratica il conformismo dilaga. Anche il fenomeno giovanile hip hop importato in Italia mostra una superficialità letteraria che fa sorridere, che al massimo solletica. Certo ci sono molte parolacce nei testi dei rapper ma oggi non sono le parolacce che danno fastidio al potere. Mettete a confronto un cantautore come De Andrè, o una band come i Negazione e un rapper come Clementino o una band come i Negroamaro e subito avrete la sensazione di una netta differenza a tutti i livelli, e soprattutto per quel che ci riguarda, di capacità critica.

Il pubblico poi censura gli artisti anche durante i concerti. Certo non è solo un fatto di oggi. Già negli anni settanta tutti i cantautori venivano contestati. Ma a differenza di quegli anni, gli artisti di oggi si adeguano con molta facilità, quindi ancora una volta si autocensurano, mentre i cantautori di allora andavano in conflitto, accettavano di confrontarsi e a volte prendevano anche le botte. Oggi il pubblico decide persino la scaletta che devi fare. E gli artisti sono accondiscendenti e non dubitano affatto della libertà che accompagna queste concessioni. Gli artisti per piacere al pubblico sono sempre più portati a sondare il terreno musicale dei gusti del pubblico. Si comportano come i politici e gli imprenditori. E alcuni di essi addirittura si convincono che bisogna studiare la teoria dei gusti dei consumatori più che i libri di musica se si vuole fare successo al mondo d’oggi. I talent show ne sono una conferma. 

Persino il mondo dell’associazionismo tende a condizionare i musicisti. Infatti le associazioni più importanti e più grandi spesso si trasformano in centri di potere che dettano le condizioni artistiche di progetti o canzoni degli artisti, su temi che stanno loro a cuore. Se un artista chiede il sostegno ad un’associazione per realizzare un progetto musicale dovrà sottostare alle larvate ingerenze degli associati. E’ come se le associazioni avessero sostituito i discografici. Infatti, oggi un discografico non si sognerebbe più di interferire nel disco di un suo artista mentre un’associazione lo fa a piene mani. Anche per questo, oltre che ragioni più strettamente economiche, si è diffusa la ricerca di fondi attraverso il c.d. “crowdfunding”, dove il progetto viene sostenuto liberamente da chi lo condivide senza che l’artista debba piegarsi ai voleri di qualcuno. 

Di quanto detto finora, nel mio piccolo, posso portare qualche testimonianza diretta. Si tratta di episodi, di fatti in cui personalmente o come Parto delle Nuvole Pesanti, è stata minacciata la libertà di decidere, di creare o di esprimere il proprio pensiero e di promuoverlo. 

Ad esempio di recente abbiamo realizzato un progetto molto impegnativo dal titolo “Terre di Musica – Viaggio tra i beni confiscati alla mafia” e abbiamo chiesto la collaborazione a Libera ma per ottenerla abbiamo dovuto modificare parzialmente il progetto, escludendo alcune tappe e alcuni partner perché non di suo gradimento. E devo dire che questo atteggiamento si è protratto fino alla fine. Le forme in cui questo condizionamento si è realizzato erano invisibili, sotterranee e comunque non dichiarate. Noi le abbiamo scoperte strada facendo tanto che alla fine non le abbiamo accettate ed il risultato è stato che nel momento in cui stavamo per chiudere il libro ed il film, lo staff di Libera ci ha fatto sapere che Don Luigi Ciotti non se la sentiva più di fare la presentazione del libro e la stessa Libera era costretta a ritirare il patrocinio. E ciò è successo dopo due anni che il progetto era stato pubblicizzato con il patrocinio di Libera.

Un altro esempio che posso fare riguarda la canzone Crotone. Si tratta di un brano che abbiamo realizzato con Fabrizio Moro e che affronta il tema dell’inquinamento perpetrato dalle fabbriche della Montecatini che per mezzo secolo hanno riversato rifiuti tossici nei mari e nei terreni della città dove ora sorgono persino le scuole dei bambini molti dei quali purtroppo si ammalano di tumore. Basti pensare che la citta pitagorica ha un’incidenza di tumori del 50% superiore alla media nazionale. Una volta pubblicata la canzone con il videoclip su youtube, sono iniziate ad arrivare minacce ed intimidazioni da ragazzi, sedicenti nostri fan, che attraverso i nostri social ci apostrofano in tutti i modi e ci accusavano di avere deturpato l’immagine di Crotone. “Crotone non si tocca” e “Vi aspettiamo a Crotone” erano le frasi più ricorrenti. Ora è chiaro che non ci siamo piegati e a Crotone ci siamo andati ma loro sotto il palco non c’erano, però si tratta di episodi ricorrenti che possono incidere specie sui giovani o sulle personalità artistiche più fragili. Insomma quando si crea un clima del genere un artista potrebbe essere indotto a pensare “ma chi me lo fa fare” “perché non si sa mai” ed allora scatta l’autocensura.  

Di recente mi è capitato di essere contestato da un gruppo di ragazzi ad un importante festival in provincia di Cosenza reo di avere perso tempo a raccontare le ragioni sociali di una canzone. Mi hanno urlato con tono minaccioso “Basta, se vogliamo sentire parlare ci vediamo il telegiornale. Tu devi cantare e basta”. E stiamo parlando di fan del Parto e non di ragazzi ostili.

Durante un concerto di Varese fatto per presentare Musica contro le Mafie, per avere ironizzato sui carabinieri che ci chiedevano di chiudere il concerto perché era mezzanotte, siamo stati esclusi da ogni ulteriori partecipazione agli eventi di presentazione del progetto “Musica contro le Mafie”. Il nostro unico torto è stato quello di avere contestato una decisione in modo ironico, diciamo in modo politicamente scorretto, ma a ben ragione perché non ci sembrava giusto suonare solo un quarto d’ora anziché i 45 minuti concordati dopo aver sopportato pioggia, fango, freddo e ritardi accumulati dall’amatoriale organizzazione dell’evento, e per giunta non eravamo nemmeno pagati, ad eccezione di un magro rimborso spese.

Ma andando un po’ indietro nel tempo, ricordo che al Concertone del Primo Maggio del 1999, venimmo redarguiti per il fatto che ci eravamo presentati vestiti da militari per protestare contro il governo italiano per la decisione di intervenire nella guerra in ex – Jugoslavia e Kossovo. Seguirono anni di embargo nei nostri confronti. 

Però la cosa che mi ha fatto rimanere più male è il fatto di non aver ricevuto nessuna solidarietà o condivisione, come si dice oggi, dagli altri artisti, quando abbiamo realizzato il progetto Terre di Musica – Viaggio tra i Beni Confiscati alla Mafia. Nessuno che ci abbia detto o scritto parole di apprezzamento, o solo un saluto per non farci sentire soli. Invece siamo stati circondati dal silenzio assoluto, salvo alcuni casi come Carlo Lucarelli, Claudio Lolli, Fabrizio Moro, Alfonso De Pietro, tutti artisti che a loro volta sono socialmente impegnati.

Potrei fare tanti altri piccoli esempi dei modi e delle forme in cui si esercita la censura e l’autocensura ma in conclusione quello che mi preme sottolineare é il vento di rinnovata autocensura che sta arrivando con la lotta al c.d. terrorismo islamico. Siamo un po’ tutti spaventati, o meglio stanno cercando di spaventarci, e in nome di questa battaglia siamo disposti ad autolimitare le nostre idee e i nostri spazi di libertà artistiche. Pongo una domanda: quale artista oggi e dico oggi avrebbe il coraggio di scrivere una canzone controcorrente? 

SALVATORE DE SIENA

Dialogo della Corruzione - Antonella Barina

Complimenti Mio Caro
addetto alle public relations
Che stile
Grazie a lei in tanti anni
dei morti per cancro
non c’è lapide
numero
nome
nè parte civile

Non è mio tutto il merito
signor Direttore
mi creda
Un lavoro ben fatto
non faccia il modesto
ecco qui l’incentivo

La ringrazio Dottore
le spese son tante
non le voglio mentire
Metta in tasca Mio Caro
lei sa farsi valere
si é fatto sentire

Cosa vuole Dottore
alla fine
il buon senso prevale

Non c’è dubbio Mio Caro
domani
vedremo il giornale

A proposito Signor Direttore
con quei morti noi
non ci abbiamo a che fare

Mio Caro che dice
lei é stanco
le consiglio il riposo

Mi perdoni Signor Direttore
mi creda
non volevo indagare

La saluto Mio Caro
raccomando il relax
si gusti il Natale
Signorina
mi chiami Giobatta
Mio Caro è un relais da cambiare

(Antonella Barina, Madre Marghera, poesie 1967-1997)
UNA COSCIENZA “DI CLASSE” INEDITA
A Marilisa Insani
sorella giovane non dimenticata
e a Carla Beccaria Insani
maestra di scrittura e libertà

In “Madre Marghera” ho raccolto i frammenti di me e del luogo che più di ogni altro mi è matrice, al di là delle mie fughe in giro per il mondo e di quella più evidente e illusoria, che oggi mi fa risiedere a Venezia. Nel riappropriarmene, mi libero di un ingombrante rimosso, peso difficile da portare, tradottosi negli anni in eccesso di coscienza.
Ricercando una logica, una mia logica, nelle impressioni accumulate negli anni, ho cercato di ricostruire – avendo titolo per farlo, di abitante della zona industriale – la prospettiva di chi, senza mai essersene andato davvero, ritorna. Ma il percorso, in questa fase iniziale, è
piuttosto di chi ha vissuto per anni al di fuori dei perimetri delle fabbriche, al cui interno soltanto ora, ancora eccezionalmente, è dato accesso. (…)
Che vi sia dolore fino in fondo è mio privilegio, perché questo accresce la profondità del procedimento. In tutto questo tempo ho sperimentato un’autoanalisi in chiave postindustraile, un esercizio di sopravvivenza in ambiente censorio, un inferno di specchi in cui ho rischiato di perdermi.
Ho lavorato partendo da una coscienza “di classe” inedita: quella dell’abitante che dalla strada osserva le fabbriche, non essendo concesso ai residenti varcare i recinti industriali, così ho finito per amare la strada più di qualunque altra cosa. Per leggere l’esclusione come titolo di merito. Eppure: non vi fosse stata Marghera sarei mai diventata viaggiatrice?
Nell’assoluta deprivazione, infatti, fioriscono risorse insospettate: ciò che auguro anche al territorio di cui parlo. Con l’atto di pubblicazione mi libero anche di buona parte del rimosso che, come giornalista, non ho potuto testimoniare. Rilascio le scorie del processo di liberazione, nella convinzione che non stia più a me riciclarle, né aiutare altri a farlo. Poi le riprendo per dissolverle, definitivamente, in primo luogo dentro di me.

(Antonella Barina, in Madre Marghera, 1997)